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Kai

Ciao, sono Kai.

Tengo io quello che non ti sta in testa. Ti dico una cosa sola per volta, e quando la giornata cambia rifaccio il piano senza dirtelo due volte.

Le pose

Dieci, e l’elenco è chiuso.

Passa sopra una posa per sapere a cosa serve. Non è una galleria: è la ragione per cui non se ne possono aggiungere a caso.

listening

Ti sta ascoltando. Va con una domanda aperta, mai con un annuncio.

Le regole

Quattro cose che decidono tutto il resto.

È quello che sposta le cose, mai un ornamento

Una posa esiste perché il sistema si sta prendendo una responsabilità: proporre, eseguire, ricalcolare, rassicurare. Se una schermata non sa dire quale posa le serve, Kai su quella schermata non ci va.

Reagisce a te, non solo a sé

Le prime pose dicevano cosa stava facendo il sistema, e nessuna diceva cosa era appena successo alla persona. Una mascotte che non reagisce mai è un logo con le gambe: da lì quelle che ascoltano, chiedono e festeggiano.

Non c’è la metà colpevole

Niente Kai che piange, niente streak spezzata, niente faccia delusa. Una posa triste esiste anche negli export, e resta fuori: su un prodotto per l’ADHD la colpa non è una leva, è il motivo per cui l’app viene disinstallata.

È un video, non un vettore

Kai è un render animato, in due codifiche perché un video trasparente non ne ha una sola che basti. La silhouette piatta che deve reggere a 16 pixel è il *marchio*, che è un altro oggetto: confondere i due è il motivo per cui tante app con mascotte finiscono con un’icona che sembra di un’altra categoria.

Il primo passo lo faccio io.

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